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La Santa Famiglia, con i santi Gioacchimo Anna Elisabetta e Giovannino GAROFALO
  (Benvenito Tisi) - Ferrara 1517

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In questa tavoletta, all’interno di una composizione asimmetrica, si vede Maria seduta a destra su un basamento di pietra rialzato che poggia su una pedana. La Vergine cerca di trattenere il piccolo Gesù, che con un piede sul basamento e l’altro sulla gamba della Madre si sporge in avanti, indicando Giovanni con l’agnello, come se volesse venire incontro al santo appena giunto sulla scena. Elisabetta, con il busto leggermente piegato in avanti, collocata dietro suo figlio, indica Cristo con il dito della mano destra. Anna, anch’essa protesa in avanti dietro la Vergine, osserva molto seriamente Giovanni e l’agnello. San Gioacchino, a destra dietro Maria, con uno sguardo retro, sta per volgere le spalle alla scena, mentre Giuseppe, tranquillo e quasi distaccato, contempla la situazione appoggiato su un muretto, a braccia conserte.

Nella parte destra, lo sfondo della scena è costituito da un’architettura in rovine con qualche androne oscuro, in cui si intravedono a malapena altre due figure. Nella parte sinistra lo sguardo si apre su un paesaggio montuoso con un villaggio di tipo nordico. Davanti, in primo piano, si vede una culla vuota collocata in diagonale; sul lato sinistro l’immagine è chiusa dal tronco di una colonna scanalata posta su un basamento. Sia la culla sia i resti architettonici fungono, a livello compositivo, da contrappeso al gruppo di figure spostato a destra rispetto al centro dell’immagine, in questo senso sono le teste raffigurate di profilo, la cui inclinazione invita l’osservatore a guardare le figure di sbieco dal basso.

 

Altri parallelismi con l’arte del Parmigianino si notano nel denso raggruppamento delle figure con forti sovrapposizioni e nel riempimento degli spazi vuoti con teste di altri personaggi. A illustrazione di tale principio compositivo e figurativo, vedi l’incisione su rame di Giovanni Jacopo Caraglio eseguita nel 1526 secondo un disegno del Parmigianino (fig. 11.1).

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Adorazione dei pasrtori - 1526 incisione su rame Giovanni Jacopo Caraglio

- su base di opera di Parmigianino.

L’agnello, motivo appariscente collocato in posizione centrale nell’incisione citata, così come nella tavola del Garofalo, va interpretato come animale sacrificale e quindi metafora della Passione di Cristo. È interessante leggere a questo proposito la lettera di Pietro da Novellara, generale dell’ordine dei Carmelitani a Firenze, indirizzata a Isabella d’Este e datata 3 aprile 1501. Basandosi sull’opera di Leonardo raffigurante «Anna Metterza», egli spiega il gesto di Maria di trattenere il proprio figlio come tentativo di sottrarlo alla morte. Anche il Garofalo era presumibilmente consapevole di questo significato, perciò l’aspetto centrale della raffigurazione non è tanto la persona di Gesù quanto il simbolo della sua Passione e Resurrezione. «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo», dice il Vangelo di Giovanni (1, 30) e anche nell’Apocalisse viene spesso utilizzata questa metafora.

Gli sguardi seri di Maria, Anna e Giuseppe, così come quello di Gesù Bambino, sono orientati verso l’animale sacrificale e sottolineano in questo modo il suo centrale significato escatologico, mentre il gesto di Elisabetta diretto verso Gesù, e quindi verso il sacrificio vero e proprio, indica la sua imminente Passione. Integrati in una situazione di tipo domestico, questi riferimenti rappresentano, oltre agli aspetti teologici, anche gli aspetti umani della vicenda, così importanti nella devozione privata alla quale la tavoletta era probabilmente destinata.

Benvenuto Tisi da Garofalo, detto il Garofalo (Canaro, 1476 o 1481 – Ferrara6 settembre 1559), è stato un pittore italiano del tardo Rinascimento. Fece parte della scuola ferrarese, lavorò infatti alla corte degli Este. Il soprannome Garofalo deriva dal nome del paese in cui forse nacque e lui stesso occasionalmente firmava i suoi quadri con un piccolo disegno di un garofano.

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